Home

—————————————-
Note su Alessandro Volpi
—————————————-

 

Una riflessione “provocatoria”

Le forme della politica hanno conosciuto nel corso degli ultimi anni, in Italia, un processo di frammentazione. In particolare da tale disarticolazione sono stati colpiti soprattutto i partiti che hanno progressivamente subito un indebolimento sia della loro legittimazione diffusa sia della loro capacità di organizzare e veicolare il consenso secondo i modelli più tradizionali del Novecento.

Di fronte a tali fenomeni le formazioni partitiche, sia pur con molteplici differenze, hanno posto in essere strategie di “conservazione” che hanno visto significative riformulazioni programmatiche senza una cosciente fase costituente capace di rendere simili riscritture patrimonio realmente condiviso di nuove militanze, meno fidelizzate e più coscienti. Hanno definito nuove strutture aggregative, dal partito leggero, al partito azienda, al partito marketing, al partito personale che non sono riuscite tuttavia a riqualificare e rivitalizzare la sostanza dei partiti stessi.

Uno degli elementi più visibili di questo panorama è stata la territorializzazione dei partiti-corrente che hanno assunto i caratteri della sede di coesistenza di tante tipologie diverse dello stesso partito distinte proprio in base ai territori di riferimento. In un paese nel quale il senso dell’appartenenza e della coscienza civica nazionale è molto debole un simile fenomeno è stato tanto semplice da attuarsi quanto pericoloso, producendo una lunga sequela di piccole patrie politiche, rispetto alle quali la sintesi centrale non era altro che una rappresentazione filologica nelle liste elettorali bloccate.

Ma questo tipo di partiti sono ancora utili alla democrazia parlamentare o non sono già un coacervo di liste e listini territoriali che si reggono su rapporti di forza molto artificiali dove il rapporto centro-territori tende a prescindere da una reale dialettica democratica? Non sarebbe più opportuno cominciare a pensare forse a strutture politiche che abbiano i tratti della comunità associata, realmente federata, di tanti soggetti espressione del territorio nell’ambito di una riconsiderazione vera della stessa fisionomia di uno Stato che sia concretamente federalista?

In tale ottica il civismo, la buona amministrazione, il bene comune possono rappresentare la materia prima su cui costruire le appartenenze politiche più generali, a destra come a sinistra, perché una democrazia matura e cosciente ha bisogno di una maturità democratica di tutte le forze che la compongono. I partiti sono stati efficaci – nel bene e nel male – nell’ambito di una democrazia dai caratteri molto centralizzati, dove la spesa e l’indebitamento pubblico sono possibili in misura estesa e dove le appartenenze ideologiche hanno la capacità di svolgere le funzioni della coesione universalistica di prospettive parziali. Oggi quel modello di Stato è ancora possibile? È ancora sostenibile? O serve una ricostruzione delle architetture istituzionali che parta dal civismo, dall’amministrazione, dalla fiscalità e dalla spesa locale che devono trovare in un sistema federale con una Camera dei territori il luogo dove normare i meccanismi dell’equità, della redistribuzione e della perequazione? Si tratta, è chiaro, di domande provocatorie e forse un po’ imbarazzanti ma che un paese con un debito colossale, a rischio fallimento, con una crisi di fiducia tanto profonda e con una sclerosi produttiva e culturale tanto avanzata dovrebbe porsi.

(Alessandro Volpi).

.

20.01.11
Alcune considerazioni personali intorno al significato del termine “politica”

Rifiuto della semplificazione: non è possibile continuare a pensare che le soluzioni a problemi complessi siano banalizzabili in slogan, in note quasi fumettistiche. Basta con la mera mediatizzazione delle questioni decisive per una comunità sociale e per le sue forme istituzionali. I problemi sono complessi, difficili, multiformi e dunque hanno bisogno della ricerca costante di soluzioni complesse, articolate e almeno in parte deideologizzate. L’ideologia non può essere il mero sostituto della complessità dell’analisi, il totem al quale ci si aggrappa per procedere poi a banalizzazioni tenute in piedi dal costante appello alla sacralità della tradizione. Non si può continuare a coltivare una militanza fiduciaria che, per essere meno impegnativa e più accettabile, mescola passatismo e semplificazione; una miscela che impedisce di capire le trasformazioni vere della contemporaneità ed essere credibili per un’opinione pubblica sempre più stanca e diffidente.

Rifiuto della confusione fra visione complessiva, politica, dei grandi temi e fideistica accettazione di identità ideologiche o ideologizzate. La ricerca di soluzioni complesse non significa rifiuto di una visione unitaria della politica di appartenenza (con chi stai? Dove stai? Cosa ti prefiggi?), ma non deve accettare soluzioni preconfezionate da troppo tempo che pongono un pregiudizio artificiale. Spesso, purtroppo, tale pregiudizio porta a strategie e comportamenti che conducono ad esiti opposti rispetto a quelli voluti. Bisogna rimuovere le ritualità vuote che non contengono mai i flussi del cambiamento, li irrigidiscono, li isteriliscono. L’ideologizzazione rischia di essere solo una ritualità e di scivolare pericolosamente verso la celebrazione della tradizione, con altrettanto evidenti pericoli di tradizionalismo.

Netta adesione ad un modello culturale della politica e della amministrazione: questo è uno dei dati della visione complessiva. La soluzione dei problemi complessi, priva di pregiudizi, di ricerche identitarie permanenti e di ideologie sacralizzate, ha bisogno di una dimensione culturale che vada oltre la mera quotidianità dell’agire, che accetti di misurarsi con tempi più lunghi e con la fatica e l’impegno del pensare; la dimensione culturale dovrebbe essere in questo senso il luogo del superamento del manicheismo, altra faccia della semplificazione. La dimensione culturale costituisce il calendario dell’agire politico, ne forma il sostrato ancora una volta prima di tutto in termini di metodo, dovendo tradursi in una abitudine al superamento dello schematismo, nella costante ricerca della sintesi; deve essere il terreno del confronto di ampio respiro che innerva il perseguimento delle soluzioni dirette e concrete. Sembra banale, ma non lo è perché impone scelte riduttive nella selezione della classe dirigente. In assenza di sedi di elaborazione culturale legate a doppio filo alle strutture politiche, solo una cultura diffusa, raccolta e mutuata dagli ambienti che ancora la producono, può dare senso generale all’ormai insostituibile concretezza dell’agire. Non è più praticabile tenere insieme la militanza sulla base di visioni immaginate della terra promessa, sulla base di una identità secolare e non ha senso neppure pretendere una adesione fideistica a tali visioni, magari coltivata attraverso una pedagogia che non ha più luoghi per realizzarla. Diventa vitale, allora, il processo di aggregazione e almeno parziale omogeneizzazione della cultura diffusa, che deve contribuire ad esprimere la nuova classe dirigente, a cui deve essere chiesto di praticarla ed omogeneizzarla. La “terra promessa”, il messaggio forte, non è un luogo partorito e consegnato all’immaginario comune, ma deve nascere della sintesi felice di tante esperienze che hanno la forza di continuare ad immaginarla, dandole contorni e contenuti nuovi; è un risultato pulviscolare, plurimo e orizzontale, nato nelle dimensioni dei territori e dal loro sforzo di pensare un’insieme equo e aperto.

Ricerca della maturità della politica rispetto alla infantilizzazione degli slogan. Solo attraverso un difficile processo di maturazione della classe dirigente diventa possibile non rincorrere la infantilizzazione consumeristica del linguaggio della politica. Chiedersi cosa significano le parole della politica e della amministrazione deve diventare l’elemento formativo di una coscienza individuale prima e collettiva poi; cosa è un bene pubblico e cos’è un bene comune non sono due definizioni sovrapponibili, ma quanti lo hanno chiaro? Si tratta solo di un esempio, per quanto cruciale, per indicare l’importanza di una riappropriazione cosciente dei linguaggi.

Ricerca della qualità della classe dirigente, che deriva dalle ricordate esigenze di interpretazione complessa e di dimensione culturale della politica; senza qualità della classe dirigente ogni sforzo in tale direzione decade immediatamente. L’esigenza della qualità della classe dirigente è oggi più forte della capacità della rappresentanza. Pensare la classe dirigente come espressione diretta della rappresentanza sociale è un’abitudine legata ad una visione della società per macroaggregati, per classi, appunto, o per ceti; ma tale rappresentazione esiste sempre meno, la società si atomizza, si individualizza, esprime moltitudini che sono aggregati spesso poco consapevoli, frutto però di singoli individui che hanno chiara coscienza di sé; la società non è più rappresentabile socialmente in forma diretta, ha bisogno di essere interpretata nella sue moltitudini disorganiche di singoli organici. Serve quindi una capacità di lettura, di ricucitura interpretativa del complesso sociale che non si esprime più da solo in forma immediata. Non basta più in alcun modo organizzare i gruppi sociali che si stanno dissolvendo, occorre una lettura che dia ad essi un significato complessivo e su questo costruisca una interpretazione ed una strategia. Alla luce di ciò non ha senso continuare a pensare ad un paese fatto di grandi aggregati sociali in grado di autorappresentarsi, e dunque per capire i quali non serve neppure troppa qualità della classe dirigente. La qualità della classe dirigente è l’unica strada di lettura della moltitudine incapace di esprimersi in maniera chiara e spesso mutevole perché appunto sommatoria di individui. Da questo punto di vista la selezione della classe dirigente dovrebbe recuperare alcuni tratti ottocenteschi e prepartitici.

Rifiuto dell’idea del partito come organizzazione che cattura i voti uno ad uno; a tale idea si lega la prospettiva di un’organizzazione dove pesa di più chi raccoglie più voti. Questo è il grande paradosso soprattutto dei partiti di centro-sinistra; rimangono legati alla dimensione della politica come rappresentazione di macroaggaregati sociali e poi premiano nella selezione della classe dirigente chi raccoglie i consensi entro le fila dei fidelizzati e li mette insieme per conquistare la guida del partito stesso o le candidature elettorali. Ne esce un ibrido colossale che rinuncia a dotarsi di una classe dirigente pensante perché da un lato ritiene sufficiente l’appello generico alle organizzazioni sociali a cominciare dal sindacato e dall’altro, come detto, premia gli organizzatori del consenso partitico “porta a porta”; un’attività quest’ultima però che rischia di restare confinata al clientelismo senza alcuna reale dimensione di militanza. Un clientelismo che non deriva dal rapporto con il territorio nel suo insieme ma dal sostegno ai propri fidelizzati. Questi modelli di comportamento non reggono l’urto delle critiche dell’antipolitica (il sostegno ai fidelizzati produce il dissenso degli altri che sono sempre e comunque la maggioranza) e la concorrenza delle pratiche poste in campo dalla Lega per la quale è stato determinante il culto del buon amministratore.

Meno politica, più amministrazione; la politica ha perso legittimità, non è più autosufficiente, non riesce a sovraordinare i processi economici e sociali. Deve avere l’umiltà di ripartire dalla buona amministrazione, dalla tecnica delle soluzioni dei problemi reali. Non può più appellarsi a sistemi valoriali che la legittimino in quanto tale senza ricostruire prima la propria credibilità e poi, solo in seguito al conseguimento di essa, una vera legittimazione. Non capire questo rischia di produrre un costante senso di straniamento dalla realtà e di costringere a battaglie sempre e comunque di minoranza. Il sistema valoriale non può essere solo espressione di una pedagogia che non dispone più di “educatori” credibili, dopo la scomparsa dei partiti. Deve essere ricostruito muovendo dalla buona amministrazione, dall’esempio concreto, dalla dimostrazione del “si può fare”; non è pensabile invertire questo ordine di fattori se non si vuole tenere insieme solo le élite che hanno già metabolizzato e coltivano quel sistema di valori.

Ripartire dal basso, scegliere dimensioni orizzontali; la selezione della classe dirigente, la legittimazione devono muovere dalla risposta ai bisogni e dalla concretezza dei diritti. Non ha più senso il linguaggio che distingueva fra bisogni e diritti; i due elementi sono oggi incardinati l’uno nell’altro. Il bisogno “pretende” di divenire diritto e su tale terreno, spesso tutto individuale, è necessario misurarsi al di fuori, ancora una volta, dallo schematismo e dal primato valoriale. L’amministrazione è di nuovo la strada migliore in tale senso: le appartenenze ideali si rafforzano partendo dalla loro capacità di risolvere bisogni, di non generare nuove contraddizioni e nuove miserie. Questo processo vale anche quando la risposta al bisogno si traduce in una privazione, in una rinuncia; la complessità delle argomentazioni, resa patrimonio comune, unita alla capacità amministrativa di trovare soluzioni che rendano possibile la rinuncia e la privazione consentono di sfuggire al rischio del perseguimento di una dimensione interamente materiale e “progressiva” della politica.

Costruire comunità aperte; l’amministrazione deve puntare a realizzare comunità immaginate come collettive e aperte, il buon governo supera l’esigenza delle identità come collante sociale. Il buon governo pone in essere strategie che rifondano valori realmente condivisi: la ricerca della dimensione comunitaria ha come fine la legittimazione della complessità della composizione sociale e il rifiuto di ogni volontà di esclusione. Il buon governo produce l’impalcatura su cui reggere il sistema valoriale. Il costo sociale dell’intolleranza e dell’identità devono essere smascherati dal buon governo che alimenta così il senso di appartenenza democratica.

Localizzare l’universalità dei diritti; la dimensione comunitaria del buon governo consente la piena interazione dei diritti universali declinati in ambiti e su scale locali. I soggetti sono portatori di diritti universali e universalizzabili che devono avere una traduzione territorializzata. La spinosa questione della natura individuale dei diritti ha bisogno di declinazioni che li pongano entro confini in grado di evitare rischi di egoismo sociale e al contempo l’impossibilità di tradurli in concreto per i soggetti socialmente e giuridicamente deboli. Il senso della comunità localizzata e aperta, legata al territorio ma non allo ius sanguinis, può diventare la proiezione esterna dell’appartenenza, che ha forza però solo se esiste una reale capacità dell’amministrare di risolvere i problemi concreti, inserendoli come detto in una prospettiva culturale, capace di farne una parte di una strategia generale. Di nuovo, il sistema valoriale delle appartenenze condivise si costruisce dal basso, dal piccolo, pensando in un’ottica che non vuole tuttavia restare piccola e chiusa in sé stessa.

Il federalismo come cultura dei territori. La destrutturazione del rapporto statuale fra Centro e territori, ormai in pieno svolgimento, sta compiendosi attraverso un percorso di legislazione ordinaria, persino mediante la decretazione attuativa, senza una discussione che abbia i caratteri della revisione costituzionale. Ciò produce il prevalere di una dimensione tecnica, e per molti versi quasi emergenziale, a cui si associano, da parte della Lega e non solo, i toni della sloganistica elettorale, che sta impedendo una reale discussione politica e culturale di quella che rischia di essere la deriva della patria e della coesione nazionale. Gli enti locali sono le vittime di tale processo che si è tradotto in primis nel taglio immediato dei trasferimenti senza alcuna riduzione delle competenze e delle funzioni e dunque rischiano di essere il primo bersaglio contro cui si scaglia la delusione delle comunità private di servizi, fino ad oggi erogati. Gli enti locali non possono subire passivamente questo processo, che le forze politiche faticano ad affrontare fino in fondo anche per la difficoltà di capire la cultura amministrativa, né possono limitarsi all’ambito della sola protesta. Devono avere la forza di aprire una discussione costituente sul loro ruolo, portando la discussione sul territorio, fuori dalle pur fondamentali sedi associative degli organismi locali. Lo scontro non può essere tra il “rigore” del governo centrale – secondo un modello che è riuscito a far breccia nell’opinione pubblica – e i sacrifici “dovuti” degli enti locali, responsabili di sprechi eccessivi. Accanto alla sobrietà di questi ultimi, assolutamente necessaria prima di tutto per rilegittimare la politica amministrativa, serve un impegno a comunicare e a condividere in forma partecipata la trasformazione istituzionale. Le comunità, i cittadini devono discutere il modello di Stato che vorrebbero, quali sono le funzioni realmente decisive degli enti locali e quali quelle devolvibili. La Carta delle Autonomie, la legge 42 sono passaggi decisivi del futuro rapporto tra cittadini e pubbliche amministrazioni tanto da incidere sulla nozione stessa di cittadinanza; è necessaria quindi una discussione in cui la Toscana può mettere in campo riflessioni di matrice storica, sociale, economica e per molti versi persino identitaria. Nella costruzione del nuovo ruolo istituzionale della Regione, all’interno delle dinamiche del federalismo, dunque può essere importante l’autorevolezza della Toscana nell’evitare geometrie istituzionali troppo variabili; ma tale percorso ha bisogno di partecipazione, di condivisione culturale da parte del tessuto civile. Il federalismo può essere la sede del ripensamento della collocazione della Toscana nella appartenenza nazionale; un ripensamento storico, economico e politico che, è chiaro, parte da un passato importante. In estrema sintesi, il dibattito federale deve essere la partita in cui si gioca la definizione del rapporto funzioni-risorse e dell’identità plurima. Non esiste più un perimetro dato dell’intervento regionale e rivederlo non può essere solo una questione di tagli, ma deve legarsi ad una riflessione più complessiva di cui la Regione deve essere soggetto promotore ed artefice.

Legame tra regole e risorse. Di fronte alla crisi delle risorse occorrono regole migliori per “moltiplicarle”. L’attività della Regione è in tal senso decisiva su più versanti. Mi limito a qualche esempio. Intanto è necessaria una dimensione “pedagogica” della distribuzione delle risorse stesse e della richiesta di cofinanziamenti. La Regione ha necessità, pur evitando un federalismo costruito su nuovi centralismi, di attuare una regia “intrusiva” dell’utilizzo dei fondi. Non può dare per scontata la capacità di gestirli da parte delle realtà decentrate; questo significa non solo verifiche in merito ai requisiti ma anche alla capacità, da parte delle singole amministrazioni locali, di sostenere, di “reggere” il cofinanziamento. Serve una sede regionale che valuti, attraverso un’analisi non troppo superficiale, le capacità di indebitamento, di rispetto del Patto, di spesa corrente degli enti coinvolti nei cofinanziamenti; un’attività questa che deve svolgersi attraverso un monitoraggio efficiente perché altrimenti si rischia di spendere inutilmente risorse e di aggravare lo stato di salute dei conti locali. Una partita questa decisiva anche in relazione alla questione altrettanto decisiva del fisco regionale rispetto alla quale le regole saranno fondamentali. La Regione deve giocarsi bene in questo senso il tema della tasse di scopo e soprattutto del rapporto Irap-addizionale Irpef, avendo chiare le ricadute complessive anche in termini di trasferimenti. Una considerazione – soltanto un inciso – in merito ad un tema molto esteso: il fisco regionale, che deve essere pensato come il fisco dell’insieme dei territori, deve proteggere meccanismi di progressività ed equità. Attenzione dunque all’eccessivo ricorso alle addizionali e alle imposte piatte. Il rapporto regole-risorse è poi decisivo in merito alla questione del Patto di stabilità. La Regione, pur nella limitatezza della quota parte “cedibile” del proprio Patto, può farne uno strumento non solo di rigore, ma anche di sviluppo economico, in base proprio alle regole che si dà nella cessione della propria quota. Anche qui serve una sede organica, non solo tecnica, ma anche “politica”, dove decidere se gli elementi da “premiare”, nell’ambito delle regole nazionali, siano legati alla riduzione della spesa corrente, a che tipologia di essa, oppure al livello di indebitamento; nella sostanza si tratta di definire regole per allocare risorse che nel caso della Regione si traducono in una riduzione della propria capacità di spesa a favore di altri enti. Penso che anche attraverso tali canali si realizzi una politica “economica e finanziaria regionale”

Regole, finanza, democrazia. La Regione deve fare i conti con gli strumenti dell’innovazione finanziaria, che consentano un effetto volano non suscettibile però di generare eccessivi effetti leva; ma la valutazione degli strumenti a disposizione va fatta sia in relazione alle dinamiche del manifatturiero, con la già pronunciata attenzione ai meccanismi di aggregazione, sia in direzione della meno consueta tematica delle nuove povertà. Il ruolo di Fidi toscana, così come il rapporto con il sistema bancario, ha forse bisogno di un deciso ripensamento. La Regione deve farsi promotrice di una “politica del credito” che parta dal ripensamento degli strumenti; nessuna chimera di ingegneria finanziaria, ma certamente un approccio attento al legame tra credito e qualità degli investimenti, economici e sociali, che passa da una nuova dotazione strumentale. In questa filiera devono essere inseriti anche i confidi e il ruolo dei fondi, avendo chiaro che la questione delle garanzie ha un risvolto politico e culturale decisivo. E’ lì che si gioca una parte significativa della partita.


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.