articolo tirreno “beni rifugio”
Aprile 4, 2008Articolo “Tirreno”, giovedì 3 aprile 2008
La crescita dei prezzi ha assunto una rapidità tale da sollecitare ipotesi di interventi bipartisan finalizzati a ridurre il carico fiscale per migliorare il potere d’acquisto degli italiani, duramente colpiti dall’erosione del valore reale delle loro buste paga. L’inflazione ha infatti raggiunto il 3,3%, tornando ai livelli del 1996 e soprattutto registrando una crescita, in un solo mese, di mezzo punto percentuale. Il problema vero però è che si tratta di una dinamica non circoscritta all’economia italiana; nella zona euro, secondo le stime Eurostat, l’inflazione ha superato il 3,5%, negli Stati Uniti risulta superiore al 4% e in Cina si avvicina al 9%. E’ evidente dunque che siamo di fronte ad un fenomeno di carattere mondiale di cui è possibile rintracciare almeno due cause principali. In primo luogo si registra un brusco rialzo dei prezzi di materie prime, energia e beni agricoli che sono diventati beni finanziari estremamente pregiati. La previsione della loro scarsità, a fronte di una domanda globale in sensibile crescita, ha fatto sì che i titoli ad essi riconducibili abbiano goduto di andamenti molto fortunati tanto da divenire veri e propri beni rifugio al pari dell’oro e del platino; con la differenza sostanziale che questi pregiatissimi metalli non sono generi di prima necessità che l’intera popolazione del pianeta deve acquistare. L’aumento dell’inflazione dipende dunque dalla capacità degli strumenti finanziari, in gran parte creati negli ultimi anni, di rendere immediatamente reali incrementi di prezzo che sarebbero molto più lenti e dilatati nel tempo. Si scommette e si lucra oggi sulle previsioni future di carenze nell’offerta di beni essenziali. Accanto a questa prima spinta, se ne pone una seconda, anch’essa di natura internazionale. A portare in alto i prezzi concorre l’ormai conclamata debolezza del dollaro nei confronti di quasi tutte le monete mondiali. In un sistema dei pagamenti internazionali in cui circa l’80% delle transazioni si fa in dollari, il deprezzamento di tale divisa provoca il repentino rialzo dell’inflazione a partire proprio dai beni agricoli, dalle materie prime e dall’energia che sono interamente negoziati in dollari. Un simile fenomeno, peraltro, non sembra destinato a modificarsi visto che la Federal Reserve sta continuando a tagliare i tassi d’interesse e a fornire liquidità facile al sistema bancario USA; due condizioni che provocano l’ulteriore svalutazione del biglietto verde. La stessa Federal Reserve ha poi nelle ultime settimane assunto il ruolo di “prestatore di ultima istanza”, disposto ad accettare dalle banche in crisi – sia da quelle commerciali sia da quelle d’investimento – titoli ad alto rischio di insolvenza fornendo in cambio, a spese del contribuente, titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Qualora questi ultimi titoli non bastassero, tuttavia, diventerebbe indispensabile procedere, da parte della medesima Fed, a stampare nuove banconote, con nuove conseguenze pesanti in termini inflazionistici. Prezzi impazziti delle commodities e dollaro debole stanno alla base dell’inflazione mondiale non più contenuta neppure dalla capacità dei grandi esportatori, Cina in primis, di raffreddarla. Alla luce di tutto ciò, come da più parti si sostiene, è forse opportuno avviare una nuova Bretton Woods, un nuovo accordo internazionale in materia monetaria, sull’esperienza di quanto avvenuto nel luglio del 1944, abbinandovi una vera riforma dei regolatori finanziari mondiali, data anche la crisi del Fondo monetario. Solo così, e non certo con le singole politiche nazionali, sarà possibile affrontare in maniera efficace l’inflazione planetaria.
Alessandro volpi, università di pisa